Tratto da “Antropocene — L’epoca umana”​, 2018

La fine del design centrato sull’uomo?

Il design esiste dagli albori dell’uomo, focalizzato a migliorare la vita della nostra specie adattando la terra ai nostri bisogni ha da sempre manifestato la sua natura antropocentrica.

Per anni approcci come lo Human Centered Design teorizzato dalla Stanford’s d.school e profetizzato da grandi design firm come IDEO sono stati valutati come una grande conquista culturale, rappresentazione di un pensiero attento esclusivamente ai bisogni della persona in quanto utilizzatore e consumatore del prodotto.

Oggi siamo nel bel mezzo di una crisi climatica devastante proprio perché abbiamo messo le persone al centro per troppo tempo. In uno dei miei ultimi articoli scritti per Sketchin Foresight “Progettare per un futuro sostenibile” realizzato con Alessandro Di Benedetto ho parlato di come la dimensione della sostenibilità sia centrale rispetto a qualsiasi forma di progresso, sociale e tecnologico [1], ma la tematica non è certamente nuova: più o meno cinquant’anni fa, e precisamente il 24 dicembre 1968, William Anders scattava una foto alla Terra che sarebbe diventata famosa, forse la più famosa foto alla Terra mai scattata. Quell’immagine regaló al mondo occhi nuovi e rappresenta una di pietra di fondazione per l’ambientalismo [2]. Nel 1971, Victor Papanek, designer all’interno di “Design for the Real World” sostiene una ridefinizione in chiave etica del design dei prodotti, dell’architettura e della pianificazione urbanistica. Negli ultimi anni, la comunità del design si sta nuovamente interrogando sul valore della propria disciplina, affermando sempre più all’unisono che siamo nel bel mezzo di un inevitabile e sostanziale cambio di rotta e che il design incentrato esclusivamente sul benessere dell’uomo non può più essere ritenuta una via eticamente sostenibile.

“Ci sono solo due settori che chiamano i propri clienti user: le droghe illegali e i software” — Edward Tufte

In questo articolo sono raccolti alcuni punti di vista rispetto al rapporto paradigmatico tra uomo e design e di cosa ci dobbiamo aspettare nel prossimo futuro da quello che potrà nuovamente essere definito un “buon design”.

Il design ricostituente secondo Paola Antonelli

La mostra tematica Broken Nature: Design Takes on Human Survival a cura di Paola Antonelli svoltasi nel 2019 presso la XXII Triennale di Milano ha rappresentato un’importante indagine approfondita sui legami che uniscono gli uomini all’ambiente naturale, esplorando il concetto di design ricostituente e mettendo in luce oggetti e strategie, su diverse scale, che reinterpretano il rapporto tra gli esseri umani e il contesto in cui vivono, includendo sia gli ecosistemi sociali che quelli naturali.

Nell’introduzione del catalogo della mostra tematica Paola Antonelli afferma che “Il design è uno strumento di riparazione fondamentale. Abbracciando tutte le grandezze, le applicazioni e le dimensioni, dall’architettura e l’urbanistica alle interfacce e ai videogiochi. è una delle attività umane più cariche di conseguenze […] il design deve sostenere la biodiversità e la diversità culturale, elementi necessari perchè una civiltà fiorisca. Deve infondere significato e vita nei prodotti, sostituendo “consumo” con “adozione” e assumendosi la responsabilità a lungo termine per ogni oggetto che tocchiamo […] dovrebbe essere centrato non solo sull’essere umano, ma sul futuro della biosfera.

Broken Nature: Design Takes on Human Survival, XXII Triennale di Milano, 2019

I suoi metodi dovrebbero essere rivolti non solo a correggere il corso autodistruttivo dell’umanità, ma a anche a reintegrare il nostro rapporto con l’ambiente e con tutte le specie — compresi gli altri essere umani. Il necessario controllo e le riparazioni richiedono lo sforzo combinato di squadre interdisciplinari e internazionali; di aziende, industrie e governi; e della base della cittadinanza. In ogni caso, il design sarà un elemento connettivo fondamentale. [3]

People-Planet approach

Le riflessioni sulla nuova dimensione del design, non avvengono esclusivamente all’interno delle istituzioni culturali. Realtà che da sempre hanno fatto dell’approccio utente centrico un mantra della progettazione di prodotti e servizi cominciano a intravederne ormai alcuni limiti. Sian ben chiaro che non si intende demonizzare il design incentrato sull’uomo, le cui radici iniziano con gli sforzi per rendere la prima tecnologia informatica più facile da usare, per espandere la sua portata a un numero sempre maggiore di persone democratizzandone l’utilizzo. SPACE10, Il Research e Design Lab di IKEA ha pubblicato in aprile 2021 l’articolo “Beyond Human-Centered Design” in cui presentano il loro approccio “people-planet” Ribadiscono che per decenni, ai designer è stato insegnato di considerare i soli bisogni dell’uomo ma il design che va bene solo per le persone, senza guardare al benessere del nostro pianeta nel suo complesso, ha creato un sacco di guai.

Creare oggetti facili da usare può essere l’obiettivo, ma cosa succede quando questo ci fa consumare di più, buttare via di più e consumare di più le risorse limitate del nostro pianeta?La cialda di caffè monouso può essere l’apice della facilità d’uso dell’espresso a casa ma, da quando è stata inventata nel 2010, ha portato a più di 60 miliardi di cialde di plastica non riciclabili e non riutilizzabili gettate nei rifiuti.

Urban Village, a community of livable, sustainable and affordable modular homes Render — EFFEKT

Bisogna quindi ripensare la relazione tra gli esseri umani, la tecnologia e il nostro pianeta. Non è più una relazione lineare; piuttosto, è diventato un sistema complesso di interdipendenze. Per esempio, quando progettiamo un’app come 1car-share, home-share o food delivery, si stanno anche progettando sistemi sociali e ambientali completi che comprendono centinaia di ristoranti, migliaia di persone per le consegne e una grande infrastruttura back-end che include cucine, imballaggi — e sì, una quantità enorme di rifiuti. Come possono i designer affrontare questo compito con una mentalità incentrata sul pianeta-persona? Come designer, dobbiamo essere consapevoli che stiamo progettando ecosistemi di elementi viventi e non viventi che si relazionano tra loro”, dice Tommy Campbell, Digital Design Lead del Design Lab. E creare un ecosistema è un compito e una responsabilità enorme”. L’approccio di SPACE10 suggerisce di guardare oltre l’orizzonte ristretto del design centrato sull’uomo, e iniziare a progettare in un modo che soddisfi i bisogni di molti senza andare oltre i limiti del nostro pianeta.

Progettare con la consapevolezza che stiamo mettendo in moto sistemi sociali significa orientarsi verso l’impatto e la significatività. È più lento e deliberato. Significa dare priorità agli investimenti a lungo termine rispetto ai ritorni a breve termine: il nostro tempo è ben speso quando scegliamo di guardare ai problemi che non possono essere risolti rapidamente. [4]

More than HumanCentered Design

Un altro importante contributo rispetto al nuovo ruolo del design viene da Superflux, studio anglo-indiano fondato nel 2009 da Anab Jain e Jon Ardern che indaga possibili futuri attraverso la creazione di Futures Artifacts.

Sulla base delle attuali proiezioni globali sia per il massiccio aumento della popolazione umana che per l’enorme diminuzione della terra disponibile per nutrirla, hanno lavorato su un progetto che esplora un futuro in cui il mondo occidentale è passato dall’abbondanza alla scarsità. Hanno immaginato di vivere in una città futura con ripetute inondazioni, periodi con quasi nessun cibo nei supermercati, instabilità economiche, catene di approvvigionamento interrotte. Le domande che si sono posti sono “Cosa possiamo fare non solo per sopravvivere, ma per prosperare in un mondo simile? Quale cibo possiamo mangiare?”

Questa indagine è diventata la base dell’installazione ‘Mitigation of Shock’ commissionata da CCCB Barcellona e curata da José Luis de Vincente. L’installazione ti trasporta in un appartamento di Londra, forse nell’anno 2050. A prima vista, sei in uno spazio apparentemente confortevole, progettato per un mondo di vita automatizzata, commercio globale e abbondanza di materiali. Poi, ad un esame più attento, ci si rende conto che l’appartamento è stato adattato ad un futuro che non è mai stato destinato ad abitare. Giornali scartati e un programma radiofonico riflettono le tensioni di questo nuovo mondo; le ricette in cucina rivelano il cambiamento nella produzione, conservazione e consumo del cibo. La produzione sperimentale di cibo occupa lo spazio che una volta era destinato al relax, trasformando l’appartamento in uno spazio per coltivare e produrre cibo. Torreggianti pile argentate di funghi, cavoli e piante di peperoncino fioriscono grazie all’interazione con questo nuovo ambiente interno illuminato in modo ottimale.

Mitigation of Shock, Centre for Contemporary Culture (CCCB) Barcelona.

Questa esperienza fa riflettere come nel mondo molte specie interagiscono, dell’interdipendenza tra di loro. Ha fornito un utile punto di vista per conoscere noi stessi come partecipanti a più complesse relazioni umane e non umane e ha ispirato a pensare a un quadro più ampio; invece della consolidata narrazione del “design centrato sull’utente” così amata dalle aziende tecnologiche e dalle scuole di design, si puo considerare un approccio centrato su un “more than human”. Dove gli esseri umani non sono al centro dell’universo e al centro di tutto. Dove ci consideriamo come profondamente intrecciati nelle relazioni con altre specie ed entità non umane.

“…e se negassimo che gli esseri umani sono eccezionali? E se smettessimo di parlare e ascoltare solo noi stessi?” — Anne Galloway

Il lavoro di Superflux ci invita a riflettere sul fatto che come specie non possiamo più vivere nell’illusione dell’isolamento e che dobbiamo considerare attentamente le nostre relazioni (sia umane che non umane) con il mondo in cui viviamo e lavoriamo. Una relazione con l’ecologia più profonda intorno a noi e dentro di noi, non come padroni di essa. E a incarnare questo nelle nostre azioni. [5]

Un nuova via o un proposito romantico?

Sostenere la posizione che vede i designer, riappropriarsi nuovamente di un certo ruolo all’interno della società, politicamente ed eticamente schierato, è un segnale di risveglio positivo per il progresso intellettuale della disciplina: quanto nella realtà di ogni giorno poi certi slanci saranno fagocitati dai contesti corporates in cui la maggior parte dei progettisti opera resta ancora uno spazio sfocato, uno spazio di speranza per chi nel design ci vede ancora un’opportunità di impattare positivamente la vita di tutti i giorni.

Referenze

[1] Sketchin Foresight — Progettare per un futuro sostenibile

[2] Rivista Studio — Cinquant’anni fa vedevamo per la prima volta noi stessi

[3] Broken Nature — Design Takes on Human Survival

[4] SPACE10 Journal — Beyond Human-Centered Design

[5] Dingdingding: A magazine about the Internet and things — More ThanHuman Centered Design by Anab Jain

Executive Design Director at Sketchin & Co-founder of Speculative Futures Milan

Executive Design Director at Sketchin & Co-founder of Speculative Futures Milan